Gli 80 anni del Codice civile.

Martedì 24 maggio 2022 ore 14:00 – Camerino. Scuola di Giurisprudenza


24-maggio-locandina

Il 24 maggio scorso si è svolto presso la Scuola di Giurisprudenza dell’Università degli studi di Camerino un seminario sugli ottanta anni del Codice civile, rivolto agli studenti del Corso di Storia del diritto e delle codificazioni. Molte le tematiche trattate, come il problema della forma codice, della sua durata, dell’interpretazione, della cosiddetta commercializzazione del diritto privato, ecc. La Direzione segnala e propone di seguito l’Introduzione del Prof. Antonio Flamini, già preside della facoltà di Giurisprudenza di Camerino e civilista.

Introduzione

Il codice civile del 1942 ha sostituito il codice civile del 1865, rispetto al quale ha una impostazione totalmente diversa. Il codice del 1865, redatto sulla falsariga del code Napoléon, disciplinava i tipici rapporti di diritto civile romano ed era diviso i tre libri: persone (matrimonio, filiazione, atti dello stato civile), beni, proprietà e sue modificazioni, modi di acquistare e trasmettere la proprietà e gli altri diritti sulle cose. Modi per acquistare e trasmettere la proprietà erano l’occupazione, le successioni, le   donazioni, le convenzioni, cioè i contratti, e la prescrizione.  Tra i contratti il primo ad essere disciplinato, prima della vendita, era il matrimonio; oggi sarebbe una sorta di eresia perché il contratto disciplina rapporti patrimoniali, mentre il matrimonio per il nostro sistema disciplina rapporti personali.

Il codice del ‘65 era un codice liberale che al primo comma dell’art. 1 disponeva che ogni cittadino gode dei diritti civili, per cui teoricamente veniva proclamata l’uguaglianza dei cittadini come affermato dalla rivoluzione francese; però in realtà poi nel sistema il diritto di voto e le posizioni di privilegio le avevano soltanto coloro i quali erano proprietari. Quindi nel codice del ‘65 l’istituto centrale era la proprietà e il codice era una sorta di baluardo, una garanzia del cittadino nei confronti dello Stato, ripeto Stato liberale nel quale vigeva il principio del laissez faire: i privati potevano fare ciò che volevano, in particolare in economia, purché non danneggiassero altri e non andassero oltre i limiti posti dalla legge. Era un codice tipicamente individualista.

Poi accanto al codice civile c’era il codice di commercio. Nel 1865 è stato adottato come codice di commercio provvisorio quello del regno di Sardegna, sostituito dal definitivo codice di commercio nel 1882, che disciplinava gli atti di commercio, cioè gli atti del commerciante. Per cui ci si trovava di fronte a questa particolarità: ad esempio di contratti di vendita ce n’erano due, uno civile con il quale si trasferivano le cose da un privato a un altro privato, e un altro, il contratto di vendita del commerciante, che serviva per trasferire le merci. Era pertanto un sistema piuttosto particolare.

Si deve poi tener presente che tra la fine del 1800 ed i primi anni del ‘900 è iniziata l’industrializzazione, con il conseguente sviluppo dei traffici e dei commerci. Si sono così manifestate a livello generale quelle esigenze di celerità, rapidità, velocità tipiche del diritto commerciale e dei traffici che mal sopportano i lacci del formalismo. Si è così creato una specie di jus honorarium, di romana memoria, più elastico rispetto alla rigidità del diritto civile. L’impostazione del diritto commerciale, tipico diritto dei commercianti, cioè della classe dei soggetti commercianti, si è estesa alla generalità e gran parte dei principi a cominciare, ad esempio, dalle prescrizioni brevi si sono estese al diritto civile; si è verificata quella che è stata chiamata la commercializzazione del diritto privato. Così nel 1942 è stato emanato un codice civile nel quale sono disciplinati tutti i rapporti privatistici, poi vediamo nello specifico quali.

Già alla fine della prima guerra mondiale si incominciò a pensare di redigere un nuovo codice; anzi inizialmente si pensava di modificare il codice vigente, quello del 1865; poi varie vicende, tra cui il cambio di regime, le tante questioni e le complesse problematiche hanno indotto ad optare per la redazione di un nuovo codice. Vennero istituite commissioni di grandi giuristi, coordinate dal civilista Filippo Vassalli, padre di Giuliano Vassalli che da ministro della giustizia ha redatto ed emanato il codice di procedura penale vigente; la parte commercialistica venne affidata ad Alberto Asquini, grande studioso del diritto commerciale. A queste commissioni parteciparono importanti giuristi come Emilio Betti, Vittorio Scialoja, Giuseppe Osti, per ricordarne qualcuno; ricordo che questi che ho nominato hanno tutti insegnato nell’università di Camerino, allora libera.

Il nuovo codice civile, come noto, è costituito da sei libri: persone e famiglia, successioni, diritti reali, obbligazioni e contratti, lavoro e impresa, tutela dei diritti; questo significa che è stata superata la distinzione tra contratti commerciali e contratti civili e che il nuovo codice civile abbraccia tutto il diritto privato. Il codice civile del 1942 è stato emanato quando era ministro di grazia e giustizia Dino Grandi, il quale inserì nelle varie commissioni, dove c’erano molti fascisti, anche non fascisti, perché riteneva che fosse opportuno che si sentissero anche voci dissonanti; poi quanto queste voci abbiano influito non possiamo saperlo. Grandi nella presentazione del codice lo fa precedere dalla Carta del lavoro varata il 21 aprile 1927. Lo stesso Grandi afferma che la Carta del lavoro dètta i principi generali dell’ordinamento giuridico dello Stato che costituiscono i criteri direttivi sia per il legislatore che per l’interprete; è una sorta di carta costituzionale del regime di allora. Non c’è dubbio che il codice del ’42, ispirato all’ideologia corporativa, è impostato sul concetto della produzione, del produttivismo, del creare ricchezza nell’interesse generale dello Stato; quindi, contrariamente al codice individualista del ’65, per il quale creare ricchezza era nell’interesse dei singoli privati e lo Stato si disinteressava, lo Stato voleva che si creasse ricchezza per lo Stato, anche se poi faceva anche la fortuna del privato.  Tutto ciò perché lo Stato era uno Stato autarchico, soggetto alle sanzioni sin da prima della guerra. Purtroppo oggi il termine sanzioni è molto ricorrente; in alcuni momenti certi Stati, generalmente Stati dittatoriali, sono soggetti a sanzioni da parte degli Stati democratici che le applicano per evitare di essere sopraffatti.

Quindi l’obiettivo della normativa del codice civile era quello di creare ricchezza e l’impresa e il lavoro, disciplinati nel quinto libro del codice civile, diventano gli istituti centrali; non è più la proprietà privata statica, terriera, latifondista del codice del ’65, ma la proprietà dinamica, la proprietà che crea ricchezza. In questo sistema c’era anche un rapporto particolare tra imprenditore e lavoratore, se consideriamo che il diritto di sciopero era vietato; quindi l’interesse del lavoro e dell’impresa era senza dubbio più dalla parte dell’impresa che non del lavoratore; ma comunque l’interesse generale era quello della creazione della ricchezza.

In questo nuovo sistema del diritto privato, il contratto, che nel codice del ‘65 era uno dei mezzi per trasferire la proprietà, così come lo erano le donazioni, le successioni e tutti gli altri contratti di cessione di beni, diventa uno strumento di scambio in una economia di mercato e così resta anche negli anni successivi. Tant’è che questo codice, come prima ricordavamo, resiste da ottanta anni. Ma è un codice elaborato ed emanato sotto un altro regime. Come ha fatto a resistere per ottanta anni? Va anche sottolineato che le disposizioni normative del codice originario, a prescindere dalla impostazione politica, tecnicamente rasentano quasi la perfezione, perché come abbiamo ricordato sono state elaborate da grandi giuristi.  

Perché ha resistito? Innanzitutto si deve tener conto della presenza delle clausole generali; la buona fede, la diligenza, la correttezza, cioè quelle norme che hanno consentito di adeguare le regole di comportamento all’evolversi dei tempi e della società. Poi ci sono state tante novelle al codice: basta ricordare la riforma del diritto di famiglia del 1975 o la riforma delle società del 1983. Per alcuni settori la disciplina è cambiata integralmente; inoltre sono state inserite disposizioni per adeguare la civiltà giuridica alle esigenze che si sono presentate nel tempo; è recente, ad esempio, l’introduzione della figura dell’amministratore di sostegno, che si aggiunge agli istituti di tradizione romanistica, la tutela e la curatela, che oggi vengono poco utilizzati perché l’amministratore di sostegno praticamente li ha sostituiti ed hanno una applicazione residuale.  

Poi c’è stata una grande proliferazione di norme speciali al di fuori del codice civile. C’è stato un governo alcuni anni fa che ha emanato quarantaquattro codici. In realtà non sono codici, ma testi unici, che tuttavia chiamiamo codici. Basta pensare al codice del consumo o al codice delle assicurazioni private. Altra importante innovazione è stata effettuata con l’inserimento nell’ordinamento giuridico dell’istituto del divorzio, anch’esso disciplinato da una legge al di fuori del codice civile. Tutto questo ad opera del legislatore per adeguare l’ordinamento privatistico alla Costituzione. Poi c’è stata l’opera della giurisprudenza, soprattutto costituzionale, e della dottrina, che hanno provveduto all’adeguamento delle norme del codice civile, che non sono cambiate, attraverso l’interpretazione sistematica ed assiologica alla luce della Costituzione. Costituzione che ha, come tutti sappiamo e con questo concludo, una filosofia completamente diversa rispetto al codice del ’65, di impostazione patrimonialista fondata sulla proprietà terriera, e rispetto anche al codice del ’42, di impostazione patrimonialista fondata sulla proprietà dinamica. La Costituzione è una norma che rifiuta l’impostazione corporativa della Carta del lavoro e si ispira al pluralismo ideologico e alla democraticità e le categorie patrimoniali, a cominciare dalla proprietà e dall’impresa, sono funzionalizzate alle categorie personali, cioè al valore fondamentale della persona. Dopo questa panoramica molto rapida, provvederanno i colleghi ad affrontare temi più specifici. 


Diritto, minoranze. Storie

Catania, 2-4 maggio 2022 . Dipartimento di Giurisprudenza UNICT

Programma-Catania


Giornata di studio del Nord Adriatico – temi giuridici di attualità

Università di Rijeka, Facoltà di Giurisprudenza, 28 Settembre 2021